Salute

Le endorfine

Benedetto dolore: le endorfine e il sistema di emergenza dell'evoluzione.

Andrés Giustini··5 min di lettura
Un soffione controluce tenuto in mano davanti a un cielo al tramonto.
Persona che tiene in mano un fiore di tarassaco. Foto di Aleksandr Ledogorov su Unsplash.

Se la dopamina ci spinge a muoverci, l’ossitocina ci unisce e la serotonina ci calma, le endorfine sono incaricate di proteggerci quando il corpo arriva al limite. La cultura popolare le associa subito all’euforia che si prova dopo aver corso una maratona o mangiato cioccolato. Eppure la loro vera funzione biologica è ben lontana da un semplice premio ricreativo: le endorfine sono, in realtà, una fabbrica interna di oppiacei progettata dall’evoluzione per bloccare il dolore fisico e permetterci di sopravvivere in situazioni di crisi estrema.

Questo gruppo di peptidi, prodotti principalmente dalla ghiandola pituitaria e dall’ipotalamo, agisce come il sistema di gestione delle emergenze più avanzato della nostra biologia.

Un kit di primo soccorso chimico per la sopravvivenza

Le endorfine —contrazione di «morfine endogene»— sono peptidi oppioidi. Questo significa che hanno una struttura chimica e un meccanismo d’azione praticamente identici a quelli dell’oppio, dell’eroina o della morfina, ma sintetizzati in modo del tutto sicuro e gratuito dalla tua ghiandola ipofisi.

Da una prospettiva evolutiva, le endorfine non sono comparse per renderci felici, ma per tenerci in vita. Se un nostro antenato veniva ferito da un predatore durante la caccia, un picco massiccio di endorfine bloccava temporaneamente i segnali di dolore diretti al cervello. Quell’anestetico naturale gli concedeva una finestra di tempo cruciale —da pochi minuti a poche ore— per continuare a correre, mettersi in salvo o combattere, rimandando la sofferenza fisica finché il pericolo non fosse passato.

L’inganno del cervello: bloccare il segnale del dolore

A livello cerebrale, le endorfine funzionano legandosi agli stessi recettori cellulari dei farmaci oppioidi. Così facendo, bloccano il rilascio dei neurotrasmettitori incaricati di trasmettere il dolore attraverso il midollo spinale.

Per capirlo, conviene vedere il sistema nervoso come una rete di cavi elettrici che trasportano il segnale del dolore dalla parte ferita fino al cervello. Quando le endorfine vengono rilasciate nello spazio sinaptico —lo spazio tra i neuroni—, si agganciano ai recettori oppioidi e interrompono il flusso elettrico. Il danno fisico è ancora lì, ma il segnale di dolore non arriva mai a registrarsi nella tua coscienza. In cambio, provi una profonda sensazione di benessere e rilassamento.

L’aspetto affascinante è come questo sistema interagisca con lo stile di vita attuale. Quando sottoponiamo il corpo a uno sforzo fisico intenso, il cervello interpreta quello stress muscolare come un «danno potenziale» e rilascia endorfine per attenuare il malessere. È il fenomeno noto come sballo del corridore: quella sensazione di leggerezza, invincibilità e gioia travolgente che compare subito dopo aver superato il tratto più duro di un allenamento. Le endorfine trasformano il costo dello sforzo in un’esperienza piacevole.

La vulnerabilità al dolore e il pericolo della sofferenza che dà dipendenza

Come gli altri componenti della nostra farmacia interna, l’equilibrio delle endorfine determina la nostra resistenza all’ambiente:

  • Livelli troppo bassi (ipersensibilità): un deficit cronico di endorfine lascia il corpo senza difese contro il malessere. Si associa direttamente a disturbi di dolore cronico come la fibromialgia, a una bassissima tolleranza al dolore fisico, a emicranie ricorrenti e a una marcata instabilità emotiva che può sfociare in depressione e ansia.
  • Livelli troppo alti (la trappola della dipendenza dal dolore): anche se un eccesso naturale non è dannoso, il cervello può diventare dipendente dai picchi di endorfine. Questo spiega comportamenti a rischio come il sovrallenamento estremo —rompere apposta le fibre muscolari per cercare lo stimolo— o, in casi psicologici complessi, i comportamenti autolesionisti, in cui il cervello cerca inconsciamente il danno fisico per forzare il rilascio dell’anestetico e alleviare un dolore emotivo ancora peggiore.

La sedentarietà moderna, o come il comfort assoluto ha anestetizzato le nostre difese

L’ambiente attuale è progettato per minimizzare qualsiasi sforzo fisico o disagio. Abbiamo i trasporti per non camminare, il riscaldamento per non soffrire il freddo e l’intrattenimento istantaneo che elimina ogni barriera.

Questa mancanza di sfide fisiche ha reso pigra la nostra fabbrica di endorfine. Non esponendo il corpo ad alcuna dose sana di stress o fatica, i livelli basali di questo analgesico naturale calano. Di conseguenza, le società moderne hanno una soglia del dolore sempre più bassa e una minore capacità di tollerare il disagio quotidiano, il che ci rende fisicamente più fragili e mentalmente più vulnerabili allo stress di ogni giorno.

Attivare la fabbrica

Per questo conviene mantenere ben equilibrato e «allenato» il nostro sistema endorfinico; cioè imparare a sfidare il corpo e a connettersi con esperienze sensoriali intense:

  • Allenamento ad alta intensità. L’esercizio cardiovascolare leggero attinge a dopamina e serotonina; ma, se vuoi endorfine, ti serve intensità. Gli allenamenti a intervalli ad alta intensità (HIIT) o il sollevamento di pesi pesanti generano il micro-stress muscolare necessario perché l’ipofisi apra i serbatoi di endorfine.
  • La risata sociale e convulsa. Un sorriso educato non basta. Ridere a crepapelle con gli amici fino a farsi male alla pancia esercita una vera pressione fisica sui muscoli del diaframma, e quello sforzo sostenuto è uno dei migliori inneschi naturali di endorfine che la scienza conosca.
  • Il potere delle lacrime. Per quanto sembri contraddittorio, anche il pianto emotivo è un meccanismo di rilascio: piangere profondamente riduce lo stress fisico, perché le lacrime emotive contengono endorfine destinate a calmare il dolore interno.

Le endorfine non sono un lusso biologico: sono l’ammortizzatore di cui la natura ci ha dotati per attraversare un mondo esigente. Imparare a uscire dalla zona di comfort fisico attraverso il movimento, la risata o lo sforzo non è solo una strategia di salute, ma il modo migliore per tenere attivo lo scudo protettivo della nostra mente.

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Scritto da
Andrés Giustini

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